Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Serramanna

 

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Ogni settimana raccontiamo la storia di un paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, la sua storia, le sue bellezze e la sua comunità

di Antonio Tore

Serramanna è un comune del Sud Sardegna che conta poco meno di 10.000 abitanti e confina con Villasor, Samassi, Nuraminis, Serrenti, Sanluri e Villacidro.

Il toponimo non è stato ancora chiarito esattamente e, al momento ci sono due teorie contrapposte: “I sardi – ha scritto Vittorio Angius – chiamano serra la linea angolosa della schiena d’una montagna, o d’una catena di monti e di colline, per analogia co’ denti della sega. E siccome quella linea angolosa, o dentata, è nella sommità, usano però dire serra anche le sommità non dentate. Quindi si spiega la cagione del nome di questo paese, perchè diceasi Serra il sito, dove si cominciò a fabbricare: il qual sito era nella sommità della ripa che si va elevando dalla sponda sinistra del fiume. La ragione poi perché questa serra fu detta manna (magna) è nella sua maggior estensione in confronto del rialto meridionale in cui trovasi Sorris, o Villa-Sorris».

La seconda opinione sul nome è espressa in “Toponomastica della Sardegna” di Salvatore Dedola, il quale sostiene che “Serramanna sta in una immensa pianura piatta, alla confluenza di due fiumi. Serra (Manna) dunque non può che derivare direttamente dall’ugarittico trr (inizialmente pronunciata tzerra o tzarra) che significa ‘ricca d’acqua, bene irrigata’”.

I primi insediamenti nel territorio, documentati soprattutto grazie alla scoperta del villaggio di Cuccuru Ambudu risalgono a un periodo individuabile tra l’epoca della Cultura di Ozieri (3.200-2.800 a.c.) e della Cultura di Monte Claro (seconda metà del III millennio a.c.). Di notevole importanza storica è il menhir Perda Fitta, un masso in granito rappresentante la Dea Madre.

Il ritrovamento più significativo risalente all’età nuragica è il nuraghe rinvenuto durante gli scavi per la ristrutturazione della sagrestia della chiesa campestre di Santa Maria. Di minore interesse i nuraghi individuati nelle zone di Santa Luxeria.

Come quasi tutto il territorio della Sardegna, anche Serramanna fu occupata dai romani e, durante la dominazione, anche il territorio di Serramanna fu intensamente abitato e numerosi erano i villaggi e testimonianze dei loro insediamenti sono sparse ovunque nel territorio. Tutti i reperti rinvenuti sono esposti al Museo archeologico nazionale di Cagliari. In epoca romana il paese fu un centro di notevole importanza per la produzione agricola, e lo rimase anche successivamente, durante la dominazione bizantina della Sardegna.

Durante il periodo dei Giudicati Serramanna faceva parte della curatoria di Gippi (o Parte Ippis) del Giudicato di Cagliari. Nel periodo medievale Serramanna non aveva un unico nucleo abitato ma era diviso in numerose ville: le principali erano Bangiuludu, Saboddus-San Pietro, Saboddus-Santa Giuliana, Saboddus-Santu Deus, Santa Maria di Monserrato.

Nel 1258 Serramanna venne annessa al Regno di Arborea, ma nel quale 1297 fu ceduta alla Repubblica di Pisa. Dopo appena 30 anni, però, con lo sbarco delle truppe di Alfonso a Palma di Sulcis anche Serramanna passò sotto il dominio aragonese che, dopo la unificazione col regno di Spagna, si protrasse fino alla cessione dell’isola ai Savoia.

Il Comune di Serramanna sorge nel Campidano, nella zona sud occidentale della Sardegna, nella fertile pianura che si estende fra le foci dei fiumi Flumini Mannu e rio Leni.

L’economia della zona fu concentrata quasi esclusivamente sull’attività agricola, eccezion fatta per il tentativo di industrializzare il paese con la costruzione della Cantina Sociale del Campidano di Serramanna (che fino al 1988, anno in cui è stata chiusa, produceva degli ottimi vini ed era una delle cantine più grandi d’Europa) e di una industria conserviera, ancora attiva nonostante in passato abbia avuto notevoli problemi.

Il comune è ricco di chiese, tra cui sono da ricordare:

  • La chiesa parrocchiale di San Leonardo, patrono del comune fu costruita in due epoche differenti e perciò presenta una fusione di forme gotico-catalane, aragonesi e tardo-barocche; la navata longitudinale e il campanile furono costruiti tra il XV e XVI secolo, mentre la cupola e l’abside tra il XVII e XVIII. È caratterizzata dalla pianta a croce latina e dal campanile a canna ottagonale di notevole altezza, opera dell’architetto Antonio Calabrès. L’interno della Chiesa si presenta numerose decorazioni (realizzate tra il 1954 e il 1956) dal pittore serramannese Giuseppe Carcangiu.
  • La chiesetta campestre di Santa Maria risale all’anno 1000 d.C.; risulta citata già nel 1089 in una donazione fatta dal Giudice Costantino I Salusio ai monaci benedettini dell’Abbazia di San Vittore. È stata restaurata negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e nel 1999 è stata dichiarata santuario, divenendo meta di pellegrinaggio per il Giubileo del 2000.
  • La chiesetta di Sant’Angelo risale al XVI secolo d.C. ed è dedicata all’Angelo Custode di cui si conserva una statua lignea del XVII d.C.
  • La chiesa di San Sebastiano venne eretta per un voto dopo una pestilenza. Dal 1631 ospitò i frati domenicani fino al 1854, anno in cui per effetto del regio decreto che imponeva la riduzione di tutti gli ordini religiosi minori e la conseguente confisca dei loro beni, fu abbandonata e in seguito sconsacrata. Il caseggiato attiguo, che ospitava il convento divenne sede del municipio, mentre la chiesetta che rimase sotto la giurisdizione della parrocchia di San Leonardo passò alla Confraternita del Rosario (frati bianchi).

Fino agli anni ’60 nei paesi del Campidano era consuetudine costruire le case usando mattoni di terra cruda, il cosiddetto “ladiri” (dal latino “later” = argilla).

Oggi, questa tecnica (o pratica) costruttiva è diventata patrimonio storico culturale e identitario di tante comunità campidanesi, come anche a Serramanna che ha avviato da alcuni anni un processo di sensibilizzazione attraverso la valorizzazione, anche in chiave turistica, del centro storico dove ancora sono presenti abitazioni storiche in ladiri.

L’utilizzo di questa tecnica costruttiva fa parte del patrimonio storico della Sardegna e ha incontrovertibili origini puniche, come testimoniano murature in ladiri presenti nel sito archeologico di Nora.

La tecnica era già diffusa in tutti i paesi dell’Africa e del Medio Oriente, dove attualmente è una forma costruttiva utilizzata, soprattutto nei villaggi dei deserti dello Yemen e dell’Algeria; è adottata anche in alcune zone dell’Egitto, così come anche nel Sud America, in Perù e Cile.

A Serramanna e in buona parte dei centri abitativi del Campidano, ci si adattò all’impiego del mattone in argilla, paglia e fango, probabilmente perché il territorio non forniva pietre adoperabili per la costruzione delle case.

La prima fase della lavorazione era dedicata, ovviamente, alla preparazione dell’impasto, “sa sciofa”; l’argilla veniva estratta e frantumata, sottoposta a setacciatura, quindi amalgamata a paglia tritata.

L’impasto veniva fatto utilizzando semplicemente acqua, servendosi della zappa, “sa marra”, o molto spesso direttamente coi piedi scalzi all’interno di una fossa.

Serramanna soprattutto negli anni ’70 e ’80 assieme a San Sperate, Villamar e Orgosolo fu uno dei primi Comuni della Sardegna a veder nascere i “murales” (i dipinti sui muri) che raccontavano la vita contadina o denunciavano fatti politici. Tale consuetudine è andata persa nel corso degli ultimi anni.

 

 

 

 

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