La condanna di Nasrin Sotoudeh: dall’Iran 148 frustate ai diritti umani

 

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Nasrin Sotoudeh, un’avvocatessa iraniana, è stata condannata a 33 anni di carcere e a subire 148 frustate. Questa donna non è un legale qualsiasi: vincitrice nel 2012 del premio Sakharov, conferitole dal Parlamento europeo per la sua difesa dei diritti umani, è da sempre il braccio destro del premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, ed è l’avvocato più famoso del suo Paese.

Sentenza horror

I 33 anni di reclusione e le 148 frustate sono stati comminati a Sotoudeh per “collusione contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro lo stato”, “istigazione alla corruzione e alla prostituzione”. E per “essere comparsa in pubblico senza hijab”, il velo obbligatorio in quel Paese. Una sentenza spaventosa. Che somiglia moltissimo ad una pena capitale, perché una persona normale difficilmente sopravvive a quel numero di frustate.  E dimostra per l’ennesima volta come in Iran da 40 anni il rispetto dei diritti umani resti un miraggio.

Era infatti il 1979, quando l’Ayatollah Ruhollah Khomeini scendeva dall’aereo Parigi – Teheran, dando origine al primo regime dichiaratamente teocratico dalla fine del medioevo. L’antica Persia, oggi Iran, è un fenomeno a sé stante nel panorama mediorientale. Parliamo di una potenza intellettuale di prim’ordine, con splendide università, una cultura bimillenaria e una religione peculiare. Sciti e non sunniti, i musulmani iraniani, fino a quel fatidico 1979, erano un popolo proiettato verso la modernità, dove le donne erano sostanzialmente uguali agli uomini e potevano studiare e insegnare all’università.

Con la presa del potere degli Ayatollah l’Iran invece è tornato indietro di secoli. E nulla sono riusciti a fare i vari presidenti americani, da Carter a Trump, che hanno provato in ogni modo a trattare, blandire, minacciare il governo iraniano. Dopo le follie di Ahmadinejad, l’avvento al potere del moderato Rouhani aveva fatto ben sperare l’Occidente in una normalizzazione dei rapporti con l’Iran. Ma la condanna della 55enne Nasrin Sotoudeh ha rigettato tutti nello sconforto.

L’Occidente alla prova

E adesso? L’Occidente ha il dovere di salvarla, manifestando con tutta l’indignazione di cui è capace contro un verdetto che secondo Amnesty International è “sconvolgente e vergognoso” ed emesso alla fine di un processo irregolare.

La nostra idea di Giustizia è differente, come la nostra idea della professione forense. Come può un avvocato difendere un imputato in un tribunale che si autodefinisce “rivoluzionario”? In un regime totalitario? Come può agire, se accusa e difesa, differenti per funzioni, non sono pari per dignità? Come può agire, se rischia il carcere e le nerbate solo per sostenere le ragioni dell’imputato?

Manifestare per la sua salvezza è un dovere. Noi riteniamo di farlo scrivendo di lei, della brava e coraggiosa Nasrin Sotoudeh, che non va dimenticata fino alla sua liberazione.

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